Afghanistan, anche l’AAA - Aviatori d’Italia contribuisce ad aiutare i rifugiati

«In Afghanistan non lasceremo nessuno indietro». Sono queste le parole d’ordine della Difesa italiana, in prima linea sin dallo scorso giugno, con l’operazione “Aquila 1”, prima che la grave crisi esplodesse in tutta la sua forza.


L’obiettivo è quello di portare in salvo il maggior numero di persone possibile, rimpatriando i cittadini italiani e consentendo l’evacuazione in sicurezza del personale militare e civile, che include i profughi afghani che hanno collaborato con le Forze Armate italiane, gli attivisti e chi è esposto al pericolo di rappresaglie da parte del nuovo regime talebano, insieme a tutti i loro familiari. Da metà agosto è in campo l’operazione “Aquila Omnia”, pianificata e diretta dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI): la Difesa sta assicurando un ponte aereo umanitario tra l’Afghanistan e il nostro Paese che ha già messo migliaia di vite al sicuro.


È grazie all’oneroso sforzo dell’Aeronautica Militare che viene garantito questo ponte aereo, con l’impiego di otto velivoli da trasporto: i C-130J della 46a Brigata Aerea effettuano il rapido trasporto tattico da Kabul al Kuwait, dove subentrano come in una “staffetta” i KC-767 del 14° Stormo per il trasporto strategico e di lungo raggio fino all’aeroporto di Roma Fiumicino, dove gli evacuati vengono sottoposti a profilassi sanitaria anti Covid prima di essere trasferiti con pullman militari in strutture dedicate alla loro accoglienza.


I militari italiani del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) impegnati nell’operazione Aquila Omnia sono oltre 1500: oltre all’A.M., che comprende il Comando Operazioni Aerospaziali (COA) insieme al già citato personale impegnato nel trasporto tattico/strategico ed al 16° Stormo di Martina Franca con i Fucilieri dell’Aria, sono coinvolti la Joint Force HQ (JFHQ), il Comando Operazioni Forze Speciali (COFS), la Joint Evacuation Task Force (JETF), la Joint Special Operation Task Force (JSOTF), la Task Force Air di Al Salem (Kuwait), oltre a tutti i militari delle Forze Armate e dei Carabinieri preposti all’accoglienza e gestione dei rifugiati afghani all’arrivo in Italia dei voli militari.


Anche l’Associazione Arma Aeronautica – Aviatori d’Italia sta cercando di dare nel suo piccolo il proprio contributo, con un impegno concreto. Da qualche tempo il Presidente della Sezione A.A.A. – Aviatori d’Italia di Conversano, Francesco Crocitto, sta ad esempio mettendo in atto iniziative per salvare alcune famiglie afghane innocenti dalla furia vendicativa dei talebani. Tale notizia non è stata peraltro resa pubblica da lui, che con umiltà non aveva ritenuto necessario autocelebrarsi, ma dal Presidente Nazionale Gen. S.A. (c) Giulio Mainini che ne è venuto a conoscenza quasi casualmente. Crocitto è rimasto tuttavia lusingato dagli elogi ricevuti e ringrazia gli amici dell’Associazione Arma Aeronautica, interpretando i sentimenti di solidarietà di tutti i soci nei confronti dei cittadini afghani che stanno sperimentando la lontananza dalla propria terra e dai propri cari.


Interpellato al riguardo, il presidente della Sezione A.A.A. di Conversano ha spiegato in una missiva come mesi fa, prima del ritiro delle forze NATO, il popolo afghano aveva subito intuito che ci sarebbe stato un ritorno al governo del paese della fazione talebana, con la conseguente caccia ai “collaborazionisti”. Il nostro associato venne allertato da Zobair, un ingegnere afghano riparato in America, che gli chiese di aiutare il fratello Sohail, anch’egli ingegnere e conosciuto da Crocitto nel periodo della sua permanenza a Camp Arena Herat, che già aveva subito minacce di morte e che viveva nascosto con la moglie e i suoi tre figli. «Sulle prime - ha raccontato Crocitto, i cui nipoti sono coetanei dei figli di Sohail - devo confessare che mi sono lasciato sopraffare da mille interrogativi e preoccupazioni sul dove farli sistemare, su cosa fargli fare una volta in Italia e su come inserire i bambini nel contesto scolastico del tutto nuovo e sconosciuto per loro. Ma poi, visto il susseguirsi veloce degli eventi, ho subito preso l'iniziativa di scrivere all'Ambasciatore italiano a Kabul, che ho scoperto essere stato un nostro ufficiale del Corpo di Commissariato sino al grado di capitano, il quale per il tramite del suo assistente mi ha invitato ad interessare subito il Ministro della Difesa». Due ore dopo aver inviato la mail, Crocitto è stato quindi contattato per inviare la documentazione relativa al suo amico afghano e ai suoi diretti familiari, a cui han fatto seguito una serie di comunicazioni scritte tra Sohail e le autorità militari italiane ancora presenti in Herat.


Acquisita la prima esperienza, è stato poi facile per Crocitto continuare ad aiutare altri cittadini afghani e le relative famiglie, nonché cercare di ricongiungere un collaboratore della Forza Armata, trovatosi in Turchia al momento dell’avanzata dei talebani, con la famiglia fatta arrivare in Italia. Al momento, Crocitto sta ancora attendendo, con apprensione e speranza, di sapere se un’altra famiglia afghana sia riuscita a raggiungere l’ingresso dell’aeroporto di Kabul dove è attesa, dopo due tentativi falliti a causa della presenza di talebani che sparano sui fuggitivi: si augura che stavolta tutto vada per il meglio. Il nostro socio non ritiene di aver compiuto un’impresa eroica o speciale: «Sono certo - ha commentato in conclusione - che chiunque avrebbe fatto quel che ho fatto e che sto continuando a fare, se si fosse trovato nella mia stessa situazione».




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